20/02/17

Le porte della nostra mente sono le più difficili da aprire

È la società che stabilisce i criteri per dividere in categorie gli uomini. E tra queste passa una lunga barriera invisibile ma molto solida che divide i «normali» dai cosiddetti «handicappati»; questi in quanto «mancanti di qualcosa» non sono considerati proprio uomini. Essi nella nostra mente vengono così declassati da «persona completa» a persona «segnata, screditata» da quello che Goffman chiama «stigma».

Partendo da queste premesse si mettono in opera discriminazioni che di fatto riducono le possibilità di vita di chi è considerato «diverso».
Essi stessi vengono condizionati a tal punto da credere di non poter condurre una vita come tutti gli altri.

La cultura dominante oggi è ancora quella classificatoria, che, con i suoi test e le sue diagnosi, evidenzia solo i deficit, frantuma la persona, riduce ed incasella gli aspetti molteplici della realtà in schemi rigidi e precostituiti.
«Non sempre», dice Laing, «l'uomo ha bisogno di sbarre  per costruire gabbie. Le porte della nostra mente sono le più  difficili da aprire» .

Dentro di noi esistono pregiudizi che non sono il frutto di  un atteggiamento psicologico individuale, quanto dell'espressione  dei valori della società. È difficile pensare al di fuori delle categorie di cui disponiamo, delle parole che siamo abituati ad usare e a cui siamo soliti attribuire un determinato significato.
Alla parola «handicap» "disabile" e a tutte le sigle che nel tempo sono nate, siamo abituati ad associare altri concetti che relegano ai margini individui di cui pochi  hanno voluto scoprire le potenzialità. E se una persona ha un  basso quoziente intellettivo è facile che ogni sua difficoltà venga più o meno sempre attribuita al «deficit intellettivo».

Queste sono le sbarre, i rigidi confini che non ci permettono di percorrere strade nuove: «II fatto che le persone normali», dice Erving Goffman, «sono in grado di muoversi, di vedere, di udire, non vuol dire che vedano o ascoltino». Può capitare però, a volte, che delle sbarre siano spezzate e che i percorsi mentali che prima di allora credevamo obbligati subiscano dei cambiamenti. È questo il momento che delle certezze si aprono al dubbio e lasciano intravedere orizzonti diversi.
«Si può vedere», dice Oliver Sacks, «una stessa persona come irrimediabilmente menomata o così ricca di promesse e di potenziale» .

Riconoscere, accettare la propria diversità non deve necessariamente voler dire essere etichettati, emarginati, appartenere ad una «categoria» che non conosce al suo interno differenziazione, che non permette la costruzione di una propria identità, di una propria soggettività. Non vi può essere un autentico soggetto laddove l’esistenza si risolve nello svolgere un ruolo predisposto da altri al posto tuo. Si diventa soggetti quando c’è possibilità di scelta. E quanto più le tue scelte sono limitate per le tue condizioni fisiche, mentali o psichiche, tanto più quello spazio di libertà va assicurato, difeso e protetto.

Accettare le proprie difficoltà significa, allora, conoscere i propri limiti, ma anche poterli affrontare e poter scoprire soprattutto le proprie potenzialità. «Non ci si può basare su quello che manca in un certo bambino, su quello che in lui non si manifesta, ma bisogna avere una sia pur vaga idea di quello che possiede, di quello che è» , dice Vygotskij, ma questo può essere possibile solo se avere delle difficoltà non significa essere isolati dal contesto sociale.

Bisogna pensare alla persona con difficoltà come portatrice di diritti che, come tali, perché siano rispettati, richiedono interventi sia sociali che economici da parte delle istituzioni, ma anche impegno di tutti nella relazione con loro. Norberto Bobbio a questo proposito, affermava: «L’intervento dello Stato può correggere alcune disuguaglianze di fatto, ma non può risolvere il problema esistenziale di chi è diverso e sa di esserlo. Questo problema deve essere affrontato, se lo si vuole risolvere, in una sfera completamente diversa, che è quella degli affetti, dei sentimenti, dell’amore per il prossimo, vale a dire in una sfera in cui parole come “Stato” e “mercato” non hanno più alcun senso e stanno lì a dimostrare che la sfera dei rapporti fra gli uomini non si risolve tutta quanta nei rapporti economici» .

Le diagnosi, le classificazioni a volte inevitabili, non devono mai enunciare una situazione irreversibile, né tanto meno uno «status sociale».
Bisogna sempre riportare al centro dell’attenzione la persona con la sua identità e individualità. Solo allora avremo un “chi” e non un “che cosa” come dice Oliver Sacks.

«Bisogna uscire dal pregiudizio che sta alla base delle definizioni “incurabili”, “irrecuperabili” le quali stabiliscono un limite di tempo oltre il quale non è possibile il recupero. Non esiste nessun limite se non nell’idea di chi non sa come affrontarlo, di chi crede di non poter fare di più»: così dice Giulia Basano, madre adottiva di un bambino gravemente handicappato.

Chi è portatore di un handicap ci consegna come valore importante la scoperta della lentezza come indispensabile prerogativa per l’ascolto e la costruzione di rapporti veramente e profondamente validi. Chi non ritrova questo valore, difficilmente saprà ritrovare il dialogo, non quello che scavalca l’altro, ma quello che si mette in ascolto degli altri e di se stessi.

18/02/17

Evgenia Arbugaeva e il mondo incantato di Tiksi in Siberia



Evgenia Arbugaeva è nata a Tiksi, città situata sulla costa artica della Siberia settentrionale nel 1985(Sacha-Jacuzia). La Sacha-Jacuzia è una repubblica autonoma della Russia, più grande dell’Argentina e leggermente più piccola dell’India, questa zona si estende per circa 3.000.000 di chilometri quadrati e conta poco meno di un milione di abitanti. Si tratta di un regione polare, una terra di lunghi giorni e lunghe notti con bufere di neve infinite che mascherano completamente l’orizzonte e impediscono di distinguere il cielo dalla terra.


Era solo una bimba quando nel 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fu costretta ad abbandonare la sua casa e trasferirsi altrove con la sua famiglia: 
Ai tempi dell’Unione Sovietica aveva rivestito il ruolo strategico di base militare e scientifica posta sulla rotta artica. In molti vi si erano trasferiti, attratti  dall’opportunità di lavorare o dall’idea avventurosa di una vita da trascorrere nell'estremo Nord, incantati dai riflessi dell’Aurora Boreale e dalla vastità silenziosa della tundra ghiacciata. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica Tiksi fu destinata ad un lento e doloroso declino e gli attuali abitanti soffrono per la pesante disoccupazione, la mancanza di prospettive e l’abbassamento drastico degli standard di vita.


La vita di Evgenia si radicò negli Stati Uniti ma, nella mente della giovane a fotografa laureatasi a New York rimangono indelebili gli incantevoli ricordi che Tiksi ha lasciato dentro di lei: lo scenario, i colori che nessun altro luogo al mondo avrebbe potuto darle. In lei vive, quindi, l'idea di ritornare nella sua terra d’origine.

E nel 2010 vi fa ritorno. Nel 2012 ci fa ritorno e realizza fotografie che se da una parte, rispecchiano la desolazione artica, dall'altra ci restituiscono una bellezza affascinante. Le scene sono di vita quotidiana, semplici, essenziali. Da esse possiamo intravedere la lotta della popolazione contro il freddo, le privazioni e la solitudine.
Ma l’atmosfera è magica e cattura l’immaginazione dello spettatore.


La fotografa incontra e viene catturata dall'immagine di una ragazza che lancia dei sassi nell’acqua gelida. Quella ragazza si chiama Tanya e in lei ritrova una vita in cui potersi riconoscere quando lei era una ragazzina.

La segue con il suo obbiettivo e per queste foto Evgenia si è ispirata a vignette di epoca sovietica sui libri per bambini che ha trovato nella libreria di Tanya .
Questi libri hanno un significato profondo. Sono pagine intelligentemente impostate, i personaggi chiari e luminosi. Le loro immagini trasmettono un senso di meraviglia e idealismo ingenuo che mi ha sempre affascinato.

Lo stesso appartamento in cui vivono Tanya e la sua famiglia è molto simile a quello in cui ha vissuto Evgenia.
Per me questo progetto è stata l’opportunità di vedere Tiksi attraverso gli occhi di un bambino, quelli di Tanya nel presente e i miei nei miei ricordi di bambina. Ogni storia su cui lavoro nasce da un particolare bisogno in un determinato momento della mia vita. Il mio incontro con Tanya non è stato una coincidenza. Sapevo che tornando a Tiksi sarebbe successo qualcosa di speciale. Era come se mi stessi aspettando una sorta di miracolo. Quando ho incontrato Tanya, ho capito subito che lei sarebbe stata la chiave per comprendere perché ero tornata.

Ai tempi dell’Unione Sovietica Tiksi era un importante porto sulla rotta artica. In  quegli anni il governo investiva molte energie per lo sviluppo della regione artica, creando basi militari, stazioni meteorologiche, porti e città. Dopo la caduta dell’impero sovietico tutti questi progetti sono andati in declino, la gente se n’è andata e le navi sono rimaste ad arrugginirsi nell'acqua salata. Fa paura vedere questi monumenti a ciò che un tempo era il sogno del grande nord. Quando ero bambina io Tiksi era al proprio apice, mentre oggi Tanya gioca a tirare sassi da un relitto, e sono passati solo 13 anni. Per me è questo il significato della foto.
Sono un abitante del nord, e non posso vivere senza la tranquillità e l’onestà dell’Artico. Mi sento a casa nella tundra. La mia vita è molto frenetica e in continuo movimento, ma so sempre quando è il momento di tornare nella tundra. Mi riempie di nuove energie e rende più chiara la mia visione. É una terra piatta di puro, vasto spazio. In inverno, durante giornate coperte, il cielo è bianco come la terra. Non riesci a vedere l’orizzonte, è una sensazione strana, come se tu galleggiassi in assenza di gravità. Puoi camminare per chilometri senza avere la sensazione di avanzare perché il paesaggio è sempre uguale. nessun rumore. Spesso quando sono in una grande città sogno una passeggiata così.

Il risultato di questa esperienza è una serie di immagini che riprendono diversi luoghi e momenti appartenenti alla vita di Tanya. È un mondo di luce, in cui predominano il bianco, il candore delle valli infinite e innevate, un'atmosfera fiabesca. Luoghi e volti che sfidano il tempo, paesaggi gelidi rimasti immutati da anni, animati da pochi personaggi che sembrano perdersi nel binco sterminato dlla neve. Alle fotografie dei luoghi l’artista mescola alcuni momenti frutto della sua fantasia. Attraverso Tania, la bambina di 13 anni nella quale rivede un po' se stessa, racconta il mondo fanciullesco di quando si trovava a lottare contro il freddo e la solitudine. 


I pochi bambini rimasti nella piccola cittadina giocano  tra i relitti arrugginiti e aspettano di lasciare anche loro Tiksi per sempre. 


Dalle sue immagini  emerge un senso di nostalgia per un luogo che già sta scomparendo, ma trova ancora vita nei pochi abitanti rimasti ed in particolare nella bambina in cui lei si identificata. E' così che la fotografa riesce ancora a scoprire storie straordinarie del quotidiano e dell'ordinario.
In Tanya  la Arbugaeva scopre che nel cuore di un paese radicalmente mutato è ancora custodita una vita in cui potersi riconoscere. Perché ogni bambino inizia qualcosa di nuovo.


La Siberia è spesso raffigurata dai fotografi occidentali, come un posto grigio, cupo e deprimente. E’ una realtà, ma io ci vedo altre cose. Io posso raccontare delle storie da un punto di vista diverso, le persone possono davvero essere felici qui e avere il loro universo.

16/02/17

La felicità sta nelle cose tranquille, ordinarie

La felicità sta nelle cose tranquille, ordinarie. Un tavolo, una sedia, un libro con un tagliacarte infilato tra le pagine. Il petalo che cade dalla rosa, e la luce che palpita, quando sediamo in silenzio.
Virginia Woolf

13/02/17

Ricordando la nascita di Antonia Pozzi


Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati –
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.
Milano, 31 dicembre 1931

Antonia Pozzi, da “Prati”

12/02/17

Non c´è pace per i figli degli uomini

Foto di Paolo Pellegrin
E' di una straordinaria attualità il brano di Natalie Ginzburg che segue. O meglio è "universale", non ha tempo e non ha luogo. Non si può dimenticare l'esperienza del male. Non si può dimenticare quanto siamo esseri fragili dentro habitat fragili.
Una volta sperimentato il male non si guarisce più. Il male ti mina dalle fondamenta, ti rende insicuro, inquieto, impaurito. La paura ti insegue ovunque e non ti lascia tregua.

E quando il male estremo, quello che ti toglie tutto, la casa, i tuoi cari, che ti esilia, che ti mette ai margini della vita e della storia, quando questo male colpisce gli altri e questi bussano alla nostra porta, noi erigiamo muri, alziamo barricate. Applaudiamo chi ci governa quando difende anche solo il nostro sguardo da questi orrori, siamo grati a chi riesce a convincerci che loro sono l'incarnazione del male e i nostri occhi diventano ciechi, le nostre orecchie sorde ed il male entra subdolo in noi e si incarna nelle nostre parole, nei nostri gesti, trova spazio nella più che diffusa indifferenza, indifferenti al desiderio e al bisogno di tanta gente innocente di "di una piccola tana asciutta e calda", "dove posare il capo", dove poter riprendersi e trovare la forza di ricominciare. No, noi questa tana, non la vogliamo concedere...

"Non c´è pace per i figli degli uomini" - dice Natalia Ginzburg. Di fronte al male che si ripete, che non ha insegnato nulla a nessuno se non abbiamo il coraggio di guardare chi è vittima di un mondo che non conosce altra legge che quella del mercato e del predominio gli uni sugli altri in tutte le sue molteplici forme.

Eppure ce l'hanno raccontata in tanti la guerra, come le sue conseguenze sull'animo di chi sopravvive: 
(…) Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più. Chi ha visto le case crollare sa troppo chiaramente che labili beni siano i vasetti di fiori, i quadri, le pareti bianche. Sa troppo bene di cosa è fatta una casa. Una casa è fatta di mattoni e di calce, e può crollare. Una casa non è molto solida. Può crollare da un momento all'altro. Dietro i sereni vasetti di fiori, dietro le teiere, i tappeti, i pavimenti lucidati a cera, c’è l’altro volto vero della casa, il volto atroce della casa crollata.
Non guariremo più di questa guerra. E’ inutile. Non saremo mai più gente serena, gente che pensa e studia e compone la sua vita in pace. Vedete cosa è stato fatto delle nostre case. Vedete cosa è stato fatto di noi. Non saremo mai più gente tranquilla. Abbiamo conosciuto la realtà nel suo volto più tetro. Non ne proviamo più disgusto ormai.(…)
(...) Non c’è pace per il figlio dell’uomo. Le volpi e i lupi hanno le loro tane, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. La nostra generazione è una generazione di uomini. Non è una generazione di volpi e di lupi. Ciascuno di noi avrebbe molta voglia di posare il capo da qualche parte, ciascuno avrebbe voglia di una piccola tana asciutta e calda. Ma non c'è pace per i figli degli uomini.
da Natalia Ginzburg, Il figlio dell’uomo in Le piccole virtù
Non ci sarà pace per il figlio dell'uomo fino a quando alla cultura della guerra non si sostituirà la cultura della pace  E la pace non è solo  assenza di guerra, ma è molto di più: la pace è un modo di vivere.
"Entrare nello "stato di pace" significa oltrepassare una soglia: una soglia tra la storia, tutta la storia che c'è stata finora, e una nuova storia. Si tratta, dunque, di una vera "rivoluzione". Non si avrà uno stato di vera pace fino a che non vi sia una morale vigente e effettiva incamminata verso la pace, fino a che le energie assorbite dalla guerra non vengano incanalate, fino a che l'eroismo non incontri vie nuove, l'eroismo di coloro che basano sulla guerra il compimento della loro vita, fino a che la violenza non sia cancellata dai costumi, fino a che la pace non sia una vocazione, una passione, una fede che ispira e illumina.
Marìa Zambrano

10/02/17

Cambia la tua vita

Agli studenti bisogna dire di non leggere le critiche, ma di leggere i testi. Tutto il mio libro, Vere Presenze, è un grido d’orrore per ciò che accade nel mondo universitario. I miei studenti a Cambridge hanno un esame in cui discutono l’opinione di T.S. Eliot su Dante senza dover leggere Dante, un solo verso di Dante. (...)  
Quello che ci vuole è un’interpretazione dinamica, un’interpretazione che sia azione e non passività. Leggere la critica, leggere i testi “secondari”, significa essere passivi, come davanti alla televisione; significa rinunciare alla responsabilità dell’azione. 
 Al centro della mia posizione c’è una cosa estremamente semplice e chiara. È un sonetto di Rilke, quello al torso antico di Apollo, in cui lui dice che “Cambia la tua vita”. 
Una lettura seria e profonda cambia la mia vita: è un incontro con una apparizione imprevista, come un incontro all'angolo della strada con l’amante, con l’amico, con il nemico mortale
George Steiner, da un’intervista apparsa su «Linea d’ombra»

09/02/17

Le storie insegnano...

Molti bambini si portano dentro ferite di cui non siamo a conoscenza, di cui neanche i genitori ci parlano, perché loro stessi incapaci di riconoscerle o di affrontarle.
È troppo comodo dire che, se non c’è la famiglia, noi insegnanti non possiamo fare niente. Proprio per questo, semmai, dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo dimenticare che metà della giornata, quando non di più, i ragazzi la passano con noi. A volte la famiglia attraversa momenti delicati, difficili. Siamo noi, semmai, insieme ai servizi sociali, che dobbiamo fare qualcosa. Altrimenti l’alternativa è che un bambino, un ragazzo, dovrà cavarsela da solo.

Cosa fare? È difficile trovare una ricetta. Ricordo un’insegnante che avevo incontrato a un corso di aggiornamento. Mi aveva detto che lei aveva inventato uno spazio che chiamava «Parliamo insieme». Un’idea semplice che aveva portato molti bambini a sedersi vicino a lei a raccontare o  raccontarsi. 
L'aula si trasformava i banchi sparivano, i libri pure. Si creava uno spazio vuoto in cui i ragazzi si sedevano in cerchio e a turno parlavano e si ascoltavano. Imparavano pian piano a conoscersi, a parlare rispettando i turni, ad ascoltarsi. 

Questo manca nella scuola, spazi liberi dove incontrarsi come persone. Non dobbiamo dimenticarci che prima di essere insegnanti, alunni, genitori, siamo persone che in qualche modo intrecciano le loro vite in un luogo che è sì il posto dove si va ad imparare, ma anche e prima di tutto un luogo dove si va a vivere e in cui ognuno entra con tutto se stesso.

Quando inizio un ciclo scolastico, io invito i genitori a venirmi a parlare dei loro figli e a conoscermi. Mi sembra un momento importante d’incontro e di conoscenza reciproca non ancora inquinata da quello che è il discorso privilegiato tra genitore e insegnante: il rendimento del figlio. Ho ritrovato in questi giorni una lettera che una mamma, invitata da me a quel colloquio all’inizio dell’anno, di suo figlio mi ha scritto. Ne riporto alcuni passi:
«Sono cosciente della situazione di Renato (che si protrae dalla terza elementare). In questi anni ce l’ho messa tutta per avvicinarlo allo studio… coi risultati che purtroppo conosciamo. La nostra situazione familiare attuale è di “assestamento”. Personalmente ho assunto per qualche anno psicofarmaci antidepressivi, mentre mio marito era lontano dalla famiglia; ma soprattutto mi sono reclusa in casa da qualche anno a causa di fobie ecc… Ed ora non ce la faccio a riemergere alla vita “normale”. In casa il mio dovere lo svolgo al meglio delle mie capacità attuali. (Pertanto  la pregherei di non contattare servizi sociali o di altro genere, di cui abbiamo già fatto esperienza) (…). Se lo accetta posso contattarla telefonicamente o a scuola o…?».

Renato era un bambino dolcissimo, mi raccontava tranquillamente che sua mamma non poteva uscire ed era lui che andava a fare la spesa. Il papà da quello che si intuiva non era molto presente in casa. 

Della mamma me ne parlava con affetto. Sentivo che in lui la sua presenza era importante, che era un riferimento saldo e positivo. Mi misi in contatto allora con lei e iniziammo dei colloqui telefonici. La signora ne fu molto felice. Parlavamo di suo figlio, e di questo Renato era molto contento. 
Pian piano mi parlò di lei, dei suoi problemi, ma anche dei suoi interessi. Ne risultò una donna ricca dentro. Le chiesi in seguito il perché della sua esitazione ad entrare in relazione con i servizi sociali. Mi disse che aveva provato a chiedere loro aiuto ma che si era sentita giudicata e non aiutata e non ne aveva tratto nessun giovamento. In seguito ho parlato, con il suo consenso, con l’assistente sociale e pian piano siamo riusciti a creare una rete di aiuto solidale da cui hanno tratto giovamento sia la madre che il figlio.

Quello che chiedeva quella madre era di non essere considerata solo per la sua patologia, ma anche per tutte quelle altre caratteristiche della sua personalità che erano sane. Era indubbiamente vero che lei era agoro-fobica, ma questo non le impediva di essere comunque una persona in grado di comunicare e di agire  e in modo anche migliore di altri che quel problema non hanno. È come dire che se uno è muto, non può parlare, quando sappiamo molto bene che parlano solo usando un altro linguaggio. Sono gli altri che debbono aver voglia di capirlo.

08/02/17

Mangiatori di patate di Vincent Van Gogh.

Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano.
Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole».
Aggiunse inoltre: «So benissimo che la tela ha dei difetti ma, rendendomi conto che le teste che dipingo adesso sono sempre più vigorose, oso affermare che “I mangiatori di patate”, insieme con le tele che dipingerò in avvenire, resteranno.
Gli anni che precedono il quadro in alto ‘Mangiatori di patate’ coincidono con la vocazione religiosa di Van Gogh. Sognava di diventare un pastore predicatore. In Inghilterra fu predicatore affiancando l'operadi un pastore metodista di nome Jones, poi nel 1877 ritornò ad Etten, la città dei suoi genitori. 
Il padre, anch’egli pastore, lo indusse ad iscriversi alla facoltà di Teologia ad Amsterdam, ma Van Gogh non superò gli esami di ammissione. 
Il futuro pittore non rinunciò alla sua vocazione e l’anno seguente si recò a Borinage, un centro minerario belga, dove fu a contatto con la sfiancante vita dei minatori. Per questo decise di dedicare la sua pittura alle classi sociali più sfortunate testimoniando i loro stenti.
‘Mangiatori di patate’, lo  dipinse a Nuenen nell'aprile 1885. Prima di realizzare questo quadro, Van Gogh ha realizzato numerosi schizzi e diversi studi preparatori.


Si tratta di un dipinto che non nasce di getto, è stato  preceduto da parecchi studi di teste, personaggi  e ambientazioni. Analizza attraverso numerosi disegni, spesso inseriti nelle sue lettere,  le fisionomie dei contadini  di Nuenen: con questi lineamenti marcati, le fronti basse, le labbra grosse, e le donne con le cuffie bianche.  

Van Gogh visita le case dei contadini, studia l'ambiente dal vero, con lo stesso tipo di illuminazione,  e fa diverse versioni prima di quella definitiva.


Contadine che raccolgono patate, 1885

Contadino che brucia le erbacce insieme a sua moglie (1883)
Due mani, 1885, collezione privata 
Mentre si trovava nella città di Nuenen, collocata nella regione del Brabante vide, dunque, quali erano le misere condizioni di vita in cui erano costretti a sopravvivere gli abitanti del luogo. 
I mangiatori di patate riprende le tradizioni olandesi di pittori come Rembrandt:  lo si nota soprattutto nel gioco di luce ed ombra e i toni molto scuri utilizzati all'interno del quadro, ma mescola anche alcuni insegnamenti appresi dai pittori del realismo francese come Delacroix, Millet ed altri.

La scena è collocata in una piccola capanna e la famiglia dei contadini si trova tutta insieme per consumare il piccolo pasto serale composto da un piatto di patate con il caffé. L’unica fonte di luce è la lampada ad olio che rende i toni grotteschi dell’opera ancora più forti.

L’utilizzo dei colori scuri  in i mangiatori di patate e la forte espressione legata ai volti delle figure è studiata perfettamente e non è lasciata al caso: con queste scelte Van Gogh infatti non fa altro che dare un tono ancor più drammatico all'intera opera, quasi donando una forte epicità ai protagonisti che utilizzano per mangiare le stesse mani con cui hanno lavorato la terra.

Tutti questi dettagli de i mangiatori di patate sono minuziosamente descritti all'interno delle lettere che Van Gogh mandava al proprio fratello Theo e che oggi sono pervenute fino a noi, permettendoci di scoprire senza dubbio tutto quello che il pittore voleva spiegare attraverso quest’opera.

In questo quadro è evidente la partecipazione affettiva di Van Gogh alle condizioni di vita delle persone raffigurate. La serietà con cui stanno consumando il pasto rende quasi sacra alla scena, un rito, che essi stanno svolgendo, che attinge ai più profondi valori umani. I valori del lavoro, della famiglia, delle cose semplici ma vere.

Non è un’opera di denuncia sociale (come potevano essere i quadri di Courbet), o di esaltazione della nobiltà del lavoro dei campi (come era nei quadri di Millet). Questo quadro di Van Gogh esprime solo la sua profonda solidarietà con i lavoratori dei campi che consumano i cibi che essi stessi hanno ottenuto dalla terra.
Contadina che lega fascine di grano, 1885
Quello che spero di non dimenticare è che – "è questione di andare in giro con gli zoccoli", cioè di accontentarsi nel mangiare, nel bere, negli abiti, nel dormire, di ciò di cui si accontentano i contadini».
 Vincent Van Gogh.

07/02/17

Leggere è un privilegio

Gustav Hennig, “Lesendes Mädchen” (1828)
Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani. È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca. Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.
Tullio De Mauro, Il gusto della lettura

05/02/17

Esistono due tipi di silenzio

Esistono due tipi di silenzio. Uno quando nessuna parola è pronunciata.
L'altro, quando si ricorre ad un torrente di parole. È il suo riferimento continuo. Il discorso che si ascolta è un segno di ciò che non si ascolta. È una finta necessaria, uno schermo di fumo, violento, ipocrita, angosciato o beffardo, che mantiene l'altro al suo posto.
Quando il vero silenzio cade, si conservano ancora degli echi ma si è più vicini alla nudità. Un modo di vedere il discorso, è dire che costituisce uno stratagemma permanente per nascondere la nudità.
Harold Pinter
Sempre più ricorriamo al "torrente di parole" che copre il discorso dell'altro, che scavalca, che prevarica, che vuole avere ragione "di", invece che cercare la ragione "con". Quel torrente di parole che vuole spiegare, che vuole definire, classificare, giudicare, piuttosto che comprendere, cercare il particolare in ombra, piuttosto che la la luce che abbaglia.
Ci si parla addosso l'uno all'altro. 
Che paura c'è nell'ammettere di avere torto, che cosa si teme nel confrontare la mia idea con quella dell'altro, perché temo così tanto quel silenzio in cui "nessuna parola è pronunciata". 
Perché cerchiamo sempre più risposte ed evitiamo con cura le domande? Che cosa ci inquieta? Perché mettere sempre in discussione l'altro e così poco se stessi? 

Sono domande che faccio da un po' di tempo a me stessa e che navigano dentro di me senza sempre trovare un porto a cui approdare. Ho capito, però, che devo osservarmi dall'esterno e che non devo più aver paura di dirmi "Ho sbagliato". Di errore in errore la strada diventa più chiara da individuare, e l'ostacolo più facile da superare. Ma il cammino non ha mai fine.

Forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere per scoprire quel parlare che è apertura e quel silenzio che accoglie le parole dell'altro e le depositi dentro di sé per comprenderle meglio.