19/01/17

Still Life di Uberto Pasolini

L'umanità e la disumanità si manifestano in mille forme e in mille situazioni. E' quello che vediamo in questo film del 2013 di Uberto Pasolini interpretato magnificamente da Eddie Marsan.

John May è un funzionario comunale, il suo compito è ricercare i parenti di persone morte dimenticati da tutto e da tutti. Lui se ne fa carico. Il suo è un lavoro, ma diventa per lui una missione per  restituire ad ognuno la propria dignità almeno alla fine. 
Un rossetto quasi nuovo, una collana da poco prezzo, una lettera d'auguri al proprio gatto oppure una serie di bottiglie di whisky vuote, le mutande ad asciugare sul termosifone, un album di fotografie ormai ingiallite, diventano per John May degli indizi, dei segni. Seguendo questi indizi, cercherà di ritrovare familiari o, in mancanza di questi, se ne servirà per ricostruire una storia che possa appartenere al defunto. Perché nessuno può morire senza una storia, una sua identità.
Se non trova nessuno, organizza, lui stesso il suo funerale: scrive discorsi celebrativi, cerca la musica appropriata all'orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali. In un album dove raccoglie le fotografie che ritrova nelle case in cui sono vissuti, un modo perché il loro ricordo non scompaia del tutto e per sempre. 

Fuori dal lavoro però la vita di John May è monotona, ripetitiva: anche lui non ha famiglia e non ha amici, mangia sempre la stessa scatoletta di tonno, indossa sempre gli stessi vestiti, percorre sempre lo stesso tragitto.
E'un uomo ordinato e meticoloso, segue abitudini consolidate nel tempo, svolge il suo lavoro con devozione e amore, ma non tutti sono d'accordo con lui: i tempi che impiega sono troppo lunghi, la scelta delle sepolture troppo dispendiose: la cremazione è molto più economica ed efficace. Quindi viene licenziato. Insomma anche in questo campo, è l'efficienza che conta, non la cura che si mette a svolgere il proprio compito. 

E' un duro colpo per lui, ma ha ancora una pratica che gli sta a cuore in sospeso e chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiuderla: l'ultimo defunto è di Billy Stoke, un vecchio alcolizzato che aveva  però aveva avuto un passato felice. Indaga, incontra diverse persone che l'hanno conosciuto e arriva a conoscere sua figlia, Kelly, perduta per orgoglio molti anni prima, ma di cui conserva un ricco album di fotografie. Lasciata Londra John incontra la giovane donna con cui nasce una bella amicizia e complicità.

Un’opera profonda e toccante che racconta una storia drammatica con mano leggera e toni poetici. Il premio alla regia ricevuto a Venezia nella sezione Orizzonti è solo una delle conferme di questa qualità del film firmato da Uberto Pasolini, italiano di nascita ed inglese di adozione.

Still Life è una lenta riflessione sulla vita e sulla morte, che attraverso il ritratto di un uomo mette a nudo l'insensibilità di un mondo che non ha posto per i "perdenti".  
Nell’atmosfera grigia  del sud di Londra, si muove il bravissimo Eddie Marsan che offre un'interpretazione straordinaria del suo personaggio che conduce una vita umile, sempre uguale, ma non per questo senza senso. 

Pasolini si concentra sulla storia di questo piccolo grande uomo, ne delinea la sua psicologia all'apparenza indecifrabile. Ci spinge ad  osservarlo e lo sguardo del regista è  empatico. Still Life, è un film  ricco di umanità che vuole con discrezione – e senza nessuna presunzione – offrire una rappresentazione della vita da un'angolatura particolare che spesso ci sfugge.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l'importanza di condividere la propria vita.
Ho scritto la sceneggiatura per lui. - dice il regista del protagonista - Avevo lavorato con Eddie circa 12 anni fa nel film I vestiti nuovi dell’imperatore in cui aveva 3 scene e 6 battute. Nonostante il poco materiale è riuscito a dare un grande spessore alla sua figura. Marsan ha una grande umanità legata ad un talento e una tecnica magnifici; si è lasciato guidare dalla sceneggiatura e quando eravamo sul set abbiamo lavorato sul dettaglio e sulle sfumature. Eddie in Still life riesce a comunicare emotivamente “scomparendo” – l’attore ha svolto un grandissimo lavoro di sottrazione n.d.r.. Inoltre Eddie ha una grandissima generosità nei confronti della storia e della scena, non pensa mai a mettersi in mostra ma solo a migliorare il risultato del film. Io che lavoro nel cinema da 30 anni posso dire che questa generosità verso il materiale e verso la troupe è una vera rarità.
La traduzione dell'espressione inglese Still Life in italiano è natura morta ma il mio film non è sulla morte, è sulla vita. Preferisco altre interpretazioni del titolo: una vita ferma, che non si muove, sempre uguale come è quella del mio protagonista all'inizio del film, ma si può tradurre anche con "una vita per immagini" oppure "ancora in vita" che poi è il senso profondo del film. Ogni vita va valorizzata per quello che è.
"L'idea per il film è nata dalla lettura di un'intervista su un quotidiano inglese a uno di questi funzionari comunali - dice Pasolini - e mi è venuta la curiosità di capire di più del loro lavoro. Per sei mesi li ho affiancati nelle loro mansioni, sono stato con loro nelle case dei defunti, ho presenziato alla cremazione o ai funerali di tante persone dove spesso io ero l'unico, a parte l'officiante, perché talvolta neppure i funzionari che hanno organizzato il funerale posso essere presenti, per i loro impegni di lavoro. Quasi tutto quello che si vede nel film l'ho tratto dalla realtà, la signora che scriveva i biglietti di auguri al proprio gatto è stata la mia prima visita.
Uberto Pasolini è un ex banchiere che ha scelto il mondo del cinema, da trent'anni lavora nella produzione inglese, ha alle spalle un successo come "Full Monty", ad oggi il film inglese di maggior successo al botteghino del Regno Unito. Da regista ha già firmato Machan, storia vera di un gruppo di cingalesi che si fingono la nazionale di palla a mano dello Sri Lanka per emigrare in Europa. 
"Il cinema per me è una scusa per conoscere situazioni sociali diverse dalle mie", spiega. "Con questo film mi interessava raccontare la condizione di isolamento in cui viviamo sempre più nelle grandi città sia anziani che giovani. Prima di girare il film io non conoscevo i miei vicini di casa, ora li conosco e li frequento. Posso dire che "Still Life" una cosa l'ha ottenuta, io che sono un solitario, ossessivo e considerato da gli altri glaciale, sono un po' cambiato". "Still life, con la sua tematica della solitudine, è diventato anche un modo per interrogare me stesso e capire che rapporto ho io con i miei familiari e conoscenti. L’ho sentito molto anche a livello personale e infatti durante le riprese mi sono spesso commosso".
Ogni cosa che fa John May, ogni suo gesto è poesia, egli sa ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto e  ci invita a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società

18/01/17

Amore dopo amore di Derek Walcott

Natura morta di Van Gogh
Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott, Mappa del nuovo Mondo

17/01/17

Insegnare la responsabilità

Illustrazione di  Quentin Blake
Ricordo che un giorno ho trovato dei ragazzi che prendevano a calci nei bagni Luigi. Anche se non erano della mia classe li ho fermati e ho chiesto loro cosa aveva fatto quel compagno. Niente, mi hanno risposto. Allora perché lo picchiate? Così, per divertirci, scherzavamo. Il ragazzo maltrattato si è alzato e ha confermato la versione dei compagni: stavamo solo giocando, mi ha detto con la tristezza negli occhi.

Si fa un gran parlare di ragazzi violenti, di bullismo, ma poco si fa per capirne le cause e per essere più presenti nella soluzione di questi problemi.
Si usa violenza quando non si riesce ad articolare la propria voce, quando non si riesce ad affermare in un modo diverso la propria esistenza.
Tra di loro i ragazzi non sono abituati, se nessuno glielo insegna, ad ascoltarsi, a soccorrersi. Si giudicano per come vestono, per come riescono nei giochi, per la simpatia o antipatia che suscitano, per l'aspetto fisico, ma non si conoscono veramente.
L’aggredire l'altro è normale, prenderlo in giro, insultarlo è uno “scherzo”, non hanno coscienza di far del male.

E’ quotidiano prendere di mira qualcuno, farlo oggetto di scherzo senza accorgersi quando si supera il limite di sopportazione che l'altro può sostenere.
Non sanno, soprattutto, dare risposte del loro comportamento, non sanno quindi cosa “vuol dire essere responsabili”.
E’ compito di noi adulti far comprendere la differenza tra scherzo e offesa, tra divertimento e aggressione dell'altro, far notare che ciò che noi soffriamo è sofferenza anche nell'altro, che la sensibilità può essere diversa, che qualcuno può essere più vulnerabile. Starebbe a noi parlare di sentimenti, di emozioni, ma forse anche noi abbiamo perso questi valori, forse anche noi non ne siamo più capaci.
Sta a noi educarli a “dare risposte”, a essere responsabili dei loro comportamenti non per “punirli”, ma per far loro prendere coscienza di quanto ogni piccolo gesto può far del bene o del male. Per renderli partecipi della vita degli altri, per aiutarli a sentirsi “individui” tra altri”individui” e non parte di un gruppo in cui comanda chi alza più la voce per farsi sentire.
E’ un lavoro lungo, continuo, attento. Troppo spesso liquidiamo questi comportamenti con un “sono solo ragazzate” o “una sospensione”, due estremi che nulla hanno a che fare con il lavoro di educazione alla responsabilità e all’affettività. 
I bambini, i ragazzi oggi, sembrano più adulti, perché hanno i desideri dei grandi, ma in realtà sono sempre più immaturi affettivamente, sempre meno sanno decifrare le loro emozioni, sanno parlare dei loro sentimenti e delle loro paure. Perchè sempre meno abbiamo  tempo di parlare e stare con loro.
E’ importante allora creare spazi dove i ragazzi possano parlarsi, rispondere delle loro azioni, raccontare le loro difficoltà, spazi dove si impari l’ascolto, il dialogo, il confronto.
Come dice Lacan è importante 
“Aprire spazi, margini perché abbia luogo quell’apertura che noi siamo, perché l’apertura possa darsi e lì allora darsi la parola”
Uno spazio in cui si  impara “l’alfabeto affettivo delle emozioni”, dove si impara ad ascoltare se stessi e ascoltando se stessi  imparare anche ad ascoltare gli altri.

Come si genera la poesia di Rainer Maria Rilke

Per un solo verso si devono vedere molte città,
uomini e cose, si devono conoscere gli animali,
si deve sentire come gli uccelli volano,
e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino.
Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute,
a incontri inaspettati
e a separazioni che si videro venire da lontano,
a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati,
ai genitori che eravamo costretti a mortificare
quando ci porgevano una gioia e non la capivamo,
a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano
con tante trasformazioni così profonde e gravi,
a giorni in camere silenziose, raccolte,
e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio
che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle,
e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.
Si devono avere ricordi di molte notti d’amore,
nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti,
e di lievi, bianche puerpere addormentate che si schiudono.
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati,
si deve essere rimasti presso i morti
nella camera con la finestra aperta
e i rumori che giungono a folate.
E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti,
e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino.
Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono.
Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto,
senza nome e non più scindibili da noi,
solo allora può darsi che in una rarissima ora
sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
 Da "I quaderni di Malte Laurids Brigge"

16/01/17

Marìa Zambrano e il suo esilio

Il nostro è il mondo dei giudizi facili. E' il mondo che presume di essere al di sopra degli altri, di poter quindi decidere il destino di chi riteniamo non appartenere al mondo del "noi", ma a quello del "loro".
E' il mondo che taglia e non tesse, che es-clude e non in-clude. E' il mondo che parla e non ascolta, che discute, prevarica e non dialoga, è il mondo del rumore che teme il silenzio,  che rottama, ma non costruisce e non progetta. E' il mondo del tutto o niente, che non crede ai piccoli passi, al lavoro paziente e costante.

E' il mondo dell'indifferenza diffusa, che considera gli uomini le donne per la loro funzionalità e non per il loro valore, che scarta e guarda scuotendo la testa la fiumana di gente che è costretta a partire, a lasciare la propria terra, che erige muri, che schiera eserciti, che produce violenza, che produce solitudine e disperazione.

Ma faremmo forse un errore a pensare che una volta era meglio.
No, non lo era.
Leggo con passione e lentezza Marìa Zambrano, la considero una guida che si rivela pian piano, che ti pone con garbo e gentilezza interrogativi che non ti lasciano più, ma anche piccole risposte che ti aprono una strada di ricerca.

Parla spesso dell'esilio Marìa Zambrano perché è rimasta lontano dalla Spagna per ben 40 anni  per sfuggire al regime franchista: aveva partecipato alla guerra civile e nel gennaio 1939 era nella colonna di profughi che abbandonava la Spagna ormai in mano all'esercito del dittatore.
E' una donna che ha fatto delle scelte dolorose, ma da esse ha saputo trarre saggezza e sapienza.

L'esilio è un momento di sradicamento da tutto e da tutti, è l'esperienza più drammatica è quella della solitudine estrema. Dice la Zambrano:
La patria è il mare che accoglie il fiume della moltitudine. Quella moltitudine nella quale ognuno va senza allontanarsi e senza perdersi, il Popolo, camminando al passo con i vivi e con i morti.
E quando si esce da quel mare, da quel fiume, soli tra cielo e terra, bisogna raccogliersi e reggere il proprio peso; bisogna ricucire tutta la vita passata che diventa presente, e tenerla sospesa perché non si trascini. 
Non bisogna trascinare il passato, né il presente; bisogna levare in alto il giorno appena trascorso, ricongiungerlo con tutti gli altri, sostenerlo. Bisogna salire sempre. Questo è l'esilio, una china, ancorché nel deserto. (...) E il cuore, quello bisogna tenerlo in alto, bisogna innalzarlo perché non sprofondi, perché non venga meno. E per non andare, noi stessi in pezzi.
L'esiliato entra "come in un oceano senza nessuna isola in vista". Strappato al tempo comune della storia, rimane solo col passare "goccia a goccia" del tempo, senza più un posto a cui possa sentire di appartenere, solo col semplice fatto di sentirsi vivo, "l'incredibile fatto di vivere".  
"Comincia, l'iniziazione dell'esilio, quando comincia l'abbandono, il sentirsi abbandonato", in totale nudità, senza nessuna legittimazione o garanzia, senza diritti, perché "dinanzi al nudo essere nessuna difesa è possibile". L'esilio non è rimanere soltanto senza una patria (destierro), ma è rimanere senza più nessun riparo (des-amaparo), è essere gettati fuori, "esposti d'un tratto alle intemperie senza appigli". 

E nella solitudine l'esilio è un richiamo a se stessi, a quello sconosciuto che ciascuno è a se stesso, l'esilio è un dover rinascere non una volta, ma tante volte in uno sforzo infinito per ritrovare una propria storia e entrare nella storia del luogo in cui vivi o sopravvivi.

Forse se ognuno di noi facesse questa esperienza troverebbe un modo per imparare a tacere, se non a comprendere almeno a tacere. Imparerebbe a guardare prima di parlare, a chiedersi quante volte ancora nella storia dobbiamo vedere l'orrore che l'uomo provoca all'altro uomo per imparare che un'altra umanità è possibile e può cominciare se noi cominciamo. Ma per far questo dobbiamo imparare a sentire per poter pensare come diceva Marìa Zambrano.

15/01/17

Grazie alla poesia e a una brigata di poeti

Questa notte non leggerò 
nessuna delle mie poesie. 
Questa notte voglio solamente dire grazie. 
Grazie alla poesia e a una brigata di poeti. 

Alla stessa Poesia perché mi ha dato 
un’altra voce, 
un’altra voce con la quale posso parlare 
con gli alberi e le pietre e gli uccelli. 

Voglio dire grazie al poeta azteco 
Ayocuán Cuetzpaltzin 
per la sua vasta conoscenza del cuore umano. 
A San Juan de la Cruz 
per i suoi consigli su come fare l’amore 
con la mia anima. 

E grazie a Dante Alighieri e a Arthur Rimbaud per 
darmi così tanti buoni consigli su come entrare e uscire 
dagli inferni. 

Alla poesia per darmi mani 
con le quali poter salutare il vento e toccare 
il volto dei miei cari morti. 

A Walt Whitman e Federico García Lorca 
per la profonda risonanza del loro canto e per 
quanto il secondo amò il primo. 

A Vicente Huidobro e Nicanor Parra per 
aver rimosso la maschera tanto solenne che Pablo 
Neruda aveva dato alla poesia. E perché il primo mi 
insegnò a cadere dal basso verso l’alto. 

Grazie a Jorge Luis Borges perché 
nella sua nobile cecità confuse 
il paradiso con la biblioteca. 
E grazie a César Vallejo per tutta la tristezza 
e tutte le sue solitudini e tutta la sua bravura di poeta.

 Mario Licón Cabrera 

14/01/17

La sofferenza non ragiona, sente

Quante volte, per cambiare vita, abbiamo bisogno della vita intera, pensiamo lungamente, prendiamo la rincorsa e poi esitiamo, poi ricominciamo da capo, pensiamo e ripensiamo, ci spostiamo nei solchi del tempo con un movimento circolare, come quei mulinelli di vento che sui campi sollevano polvere, foglie secche, quisquilie, che per molto di più non gli bastano le forze, sarebbe meglio se vivessimo in un paese di tifoni. Ma certe volte una parola basta.
José Saramago, La zattera di pietra
A volte la vita procede quasi non fossimo noi i protagonisti, quasi fossimo sospinti dal vento senza riuscire a prendere veramente mai coscienza di chi siamo veramente. Eppure il desiderio di essere più protagonisti, più consapevoli, è vivo in noi, ma tutto scorre e noi procediamo senza afferrare quel tempo che sembra padrone della nostra vita. Che passa, passa senza poterlo fermare un momento. E ci porta via.

Ma può capitare che qualcosa ad un certo punto accada. Spesso alcune situazioni estreme della vita ci inducono ad una nuova attenzione: la morte, la nascita, una separazione, un dolore tanto forte, una delusione, una gioia imprevista. E' come qualcosa che si frappone fra noi e quel correre della vita che non ci lascia sostare a contemplarla. Qualcosa dentro di noi ci blocca, ci obbliga a lasciare andare tutto ciò che ci dominava. Ci vuole per un attimo più spettatori che attori. Una passività attiva.
E' così che il nostro sguardo va al di là del "conosciuto", si ferma a guardare ciò che prima non aveva mai visto, il pensiero esce dai suoi sentieri percorsi fino a quel momento, alla ricerca di qualcosa come attratto da una luce al di là della quale non si sa cosa si possa trovare. E il nostro animo si fa inquieto, errante, attento e vigile, esige un tempo più ampio di quello che  abitualmente si concede al transitare della vita. E impara ad aspettare.
E' spesso il dolore il sentimento che più incide sul nostro cuore, che maggiormente può destabilizzare la nostra esistenza, ma che nello stesso tempo tocca corde che ci permettono di comprendere l'indicibile. La sofferenza ci blocca, ci mette in attesa, aspetta che qualcosa emerga dentro di noi, si faccia strada e ci apra nuovi orizzonti e cammini. La sofferenza non ragiona, sente.

Se col pensiero possiamo conoscere la realtà, è col sentire che possiamo davvero conoscere la nostra realtà e trovarle un senso. Il dolore sembra essere responsabile spesso di uno sprofondamento, di un annullamento della nostra voglia di vivere.
Ma può essere altro.
Può essere presa di coscienza di qualcosa che prima non sapevamo, può essere apertura verso chi prima ignoravamo, può essere prendere coscienza dei limiti, ma anche di quanto valore abbia la fragilità che ignora la prevaricazione e conosce l'umiltà e l'ascolto.

Occorre un tempo di sospensione, la sospensione di quel tempo che è puro transitare, per tornare a sentire. Si trae fuori dal silenzio ciò che aspettava di trovare la luce. E' il riscatto del passato che non trova voce perché scavalcato continuamente dall'incedere vertiginoso degli eventi. E' un movimento di ritorno che ci porterà a guardare da un altro lato, un lato da cui non siamo abituati a guardare la nostra esistenza; è un vuoto di tempo, come quello che si dà nel respiro trattenuto, che ci permette di far rinascere sotto una luce nuova il tempo alle spalle. E' un nuovo sguardo che ci apre dolcemente alla semplicità e ci aiuta a dare valore senso a molte cose. Il futuro non ha più paura del passato, ma si plasma di esso per trasformarsi.

E improvvisamente sai cosa è importante e cosa no. Sono questi momenti della vita da cui va sgorgando un sapere che "è frutto di lunghi patimenti, di lunga osservazione, che ad un tratto si condensa in un istante di lucida visione, trovando a volte la sua formula adeguata". (Marìa Zambrano)


Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.


Karin Maria Boye 

Si scrive per guarire se stessi

Si scrive per guarire se stessi,
per sfogarsi, per lavarsi il cuore.
Si scrive per dialogare anche
con un lettore sconosciuto.
Ritengo che nessuno senza memoria
possa scrivere un libro,
che l’uomo sia nessuno senza memoria.
Io credo di essere un collezionista di ricordi,
un seduttore di spettri.
La realtà e la finzione sono due facce
intercambiabili della vita e della letteratura.
Ogni sguardo dello scrittore diventa
visione, e viceversa:
ogni visione diventa uno sguardo.
In sostanza è la vita che si trasforma
in sogno e il sogno che si trasforma in vita,
così come avviene per la memoria.
La realtà è così sfuggente ed effimera…
Non esiste l’attimo in sé,
ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato.
Piuttosto che vagheggiare
un futuro vaporoso ed elusivo,
preferisco curvarmi sui fantasmi
di ieri
senza che però mi impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza

Gesualdo Bufalino

13/01/17

Questa è magia... di Hermann Hesse

«(...) la separazione di fuori e dentro è abituale al nostro pensiero, ma non gli è indispensabile. Il nostro spirito ha la possibilità di superare il limite che gli abbiamo imposto, verso l'aldilà. Al di là delle antinomie di cui è composto il nostro mondo, hanno inizio conoscenze nuove, diverse. - Ebbene, caro amico, devo confessarti una cosa: da quando il mio pensiero è mutato, per me non esistono più parole e massime univoche; ogni parola possiede decine, centinaia di significati. Qui ha inizio ciò che temi: la magia.» (...) 
«Posso aiutarti?» chiese Erwin.
«Non so. Fa' come vuoi. Raccontami di più della tua magia! Dimmi come fare perché l'idolo possa di nuovo uscire da me.»
Erwin pose una mano sulla spalla dell'amico. Lo condusse alla poltrona e ve lo fece sedere.
Poi parlò con cordialità, sorridendo, con voce quasi materna:
«L'idolo uscirà di nuovo da te. Abbi fiducia in te stesso. Hai imparato a credere in lui. Adesso impara ad amarlo! Esso è dentro di te ma è ancora morto, è ancora un fantasma per te. Sveglialo, parlagli, ponigli quesiti! Esso è te stesso! Non lo odiare più, non temere, non lo tormentare - quanto hai tormentato quel povero idolo che pure eri tu! Quanto hai tormentato te stesso!»
 
«È questa la via verso la magia?» chiese Friedrich. Era sprofondato nella poltrona, come invecchiato, e la sua voce era dolce.
Erwin disse: «Questa è la via, e forse hai già compiuto il passo più difficile. Hai sperimentato che il fuori può divenire il dentro. Sei stato al di là delle antinomie. Ti è parso un inferno: impara, amico, che è un paradiso! Perché è il paradiso che hai davanti. Vedi, questa è magia: scambiare fuori e dentro, non per costrizione, non soffrendo come hai fatto tu, ma liberamente, volontariamente. Chiama il passato, chiama il futuro: ambedue sono in te! Oggi sei stato schiavo del tuo intimo. Impara a esserne padrone. Questa è magia.»
Ciò che conta è tutto dentro di noi; da fuori nessuno ci può aiutare. Non essere in guerra con se stessi, vivere d'amore e d'accordo con se stessi: allora tutto diventa possibile. Non solo camminare su una fune, ma anche volare
Hermann Hesse, Dentro e fuori

12/01/17

Pensare senza ringhiera

Ho una metafora che non ho mai pubblicato, ma conservato per me stessa, la chiamo pensare senza ringhiera. In tedesco Denken ohne Geläunder. Si va su e giù per le scale, si è sempre trattenuti dalla ringhiera, così non si può cadere. Ma noi abbiamo perduto la ringhiera, questo mi sono detta. Ed è quello che cerco di fare.

Per me si tratta essenzialmente di questo: io devo comprendere. Ciò che mi importa è il processo stesso del pensiero. Quando lo esercito sono molto contenta. Io voglio comprendere. E quando gli altri comprendono, nel senso stesso in cui io ho compreso, allora provo una soddisfazione comparabile a quella che si prova quando ci si sente a casa propria (Heimatgefuehl).

Hannah Arendt