11/11/17

Compito dello scrittore è... (Susan Sontag)

Essere al centro si contrappone all'essere marginale, e non desideriamo essere ai margini della nostra coscienza, esperienza o del nostro tempo. Calvino diceva: "Il mondo è inclinato da entrambi i lati, perciò collocatevi nel mezzo". Intendeva dire che si può cadere. La vita ci insegna che ci sono sempre persone che cadono dal mondo - si ritrovano su quella china e cominciano a scivolare. Ecco un altro senso dello stare nel mezzo.
Bisogna restare con i piedi per terra, perché la vita è molto complicata e non vogliamo ritrovarci aggrappati al bordo delle cose con le nostre unghie smangiucchiate, come succede a molti che non sono più capaci di vedere. Ed è necessario un grande sforzo per non cadere dal punto a cui si è aggrappati.
Ho detto che compito dello scrittore è prestare attenzione al mondo, ma penso che compito dello scrittore, così come lo concepisco per me stessa, sia anche assumere una posizione antagonistica e combattiva rispetto a ogni sorta di falsità…. […]
Ma la cosa più terribile per me sarebbe accorgermi che sono ancora d’accordo con quello che ho già scritto e detto – è la cosa che mi renderebbe più infelice, perché vorrebbe dire che ho smesso di pensare. 
Susan Sontag, Odio sentirmi vittima 

03/11/17

Sono quelli che amavano leggere...

Dipinto di  Sally Rosenbaum
…chi legge perché uno scopo, per quanto desiderabile, venga raggiunto? Non ci sono forse certe attività che noi svolgiamo perché sono piacevoli in se stesse, non ci sono piaceri senza seconde intenzioni? E non si annovera fra di loro questo della lettura? Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio Universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense - le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro - l’onnipotente guarderà San Pietro e gli dirà, non senza traccia di invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente, per loro. Sono quelli che amavano leggere.
Virginia Woolf, da “Come dobbiamo leggere un libro?”.

01/11/17

La mia fortuna era proprio di avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo (Ernest Hemingway)

"Il vecchio e il mare" avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite esiste sempre in ciò che altri hanno fatto egregiamente. Per questo ho cercato di provare con qualcosa di diverso. […]
Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici, in quel caso ho avuto grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che mai nessuno aveva raccontato prima. La mia fortuna era proprio di avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo
E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo.
Ernest Hemingway, 1958
Avere ancora il desiderio di ricercare questi "bravi uomini", tra le persone semplici, portarli in superficie e raccontare le loro storie. Riempire una biblioteca di questa gente che vive tra di noi, senza esibirsi, senza vantarsi, gente che agisce, che fa senza tante parole e fa bene.
Forse ritroveremo il senso della vita, l'essenza delle cose e anche noi cominceremo ad essere semplicemente brave persone.

31/10/17

La scrittura nasce da un’esigenza di raccontare

Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere.
Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro.
Philip Roth, da un intervista al “Corriere della Sera”
Sento vero quello che dice Philip Roth, ci sono momenti in cui tutto esplode dentro di te. Come un turbine che non si ferma ti impedisce di pensare, di riflettere. Ti prende, ti svuota.
Aspetto che passi, opporsi è inutile, la sua forza batte la mia. E' come un fiume in piena, se ti opponi ti travolge, se assecondi la sua forza lasciandoti andare, prima o poi passa. Poi la calma. Il vuoto. E pian piano riemergi.
E' la vita che funziona così, non  è qualcosa che capita solo a te. Sembra che nulla possa rinascere nel deserto che si fa, ma poi pian piano qualcosa ti richiama alla vita, e poi ancora e poi ancora e allora sta a me riprendere il cammino, magari due passi indietro da dove l'avevo lasciato. A volte, molto più indietro, ma rifare il percorso mi rende più consapevole, più matura, più donna.

25/10/17

L’artista è un vero ricettacolo di emozioni

L’artista è un vero ricettacolo di emozioni venute da non importa dove: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una figura che passa, da una ragnatela. Ecco perché non bisogna fare discriminazioni tra le cose. Tra esse non vi è rango. Bisogna prendere la propria parte di buono dove si trova, eccetto che nei propri lavori. Ho l’orrore di copiare me stesso, ma non ho esitazioni, quando mi è mostrata una cartella di vecchi disegni, a prendere da essa tutto quello che voglio.
 Pablo Picasso

12/10/17

Lasciateli tranquilli di Pablo Neruda


Voglio che l'uomo quando nasce
respiri i fiori nudi,
la terra fresca, il fuoco puro,
non ciò che tutti respirano.

Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l'aurora
e che diano un nome ai loro baci.
Pablo Neruda

09/10/17

Dobbiamo parlare, secondo i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo.

Ho cercato in particolare di rispettare le parole che scrivevo, giacché, per mezzo di esse, rispettavo coloro che le potevano leggere e che non volevo ingannare. (…)
Dai miei primi articoli fino al mio ultimo libro io ho tanto, e forse troppo scritto, solo perché non posso fare a meno di partecipare alla vita di tutti i giorni e di schierarmi dalla parte di coloro chiunque essi siano, che vengono umiliati e offesi. (…)
...mi pare che non si possa sopportare quest’idea, e colui che non può sopportarla non può neppure addormentarsi in una torre. Non per virtù, ma per una sorte di intolleranza quasi organica, che si prova o non si prova. Da parte mia ne vedo molti che non la provano, ma non posso invidiare il loro sonno.
Dobbiamo parlare, secondo i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo.
 Albert Camus

07/10/17

“Sulla stupidità” - Robert Musil

Sia per paura di apparire stupidi, sia per paura di offendere la buona creanza, molti si considerano intelligenti, però non lo dicono. E se proprio si sentono costretti a parlare, usano perifrasi e dicono ad esempio: «Non sono più stupido di altri». Ancora più in voga è introdurre nel discorso, con il tono più distaccato e obiettivo possibile, la considerazione: «Posso ben dire di possedere un’intelligenza normale». E talvolta la convinzione di essere intelligente fa la sua comparsa di straforo, come nella locuzione: «Non mi faranno passare per stupido!». 
Tanto più degno di nota è il fatto che non è solo il singolo individuo, nel segreto dei suoi pensieri, a considerarsi intelligente e straordinariamente dotato, ma è anche l’uomo che agisce nella storia e fa dire di sé, non appena ne ha il potere, che è oltre ogni misura saggio, illuminato, nobile, eminente, misericordioso, eletto da Dio e predestinato a segnare nella storia un’orma incancellabile.
E lo dice volentieri anche di un altro, qualora si senta illuminato dal riflesso di costui. In titoli e appellativi come Maestà, Eminenza, Eccellenza, Vostra Magnificenza, Vostra Grazia, tutto ciò si è conservato in uno stato di fossilizzazione e non è praticamente più ravvivato dal soffio della coscienza: ma si manifesta di nuovo e immediatamente in tutta la sua vitalità quando l’uomo, oggi, parla come massa. Una condizione medio-bassa dello spirito e dell’anima si abbandona del tutto spudoratamente alla sua presunzione, non appena può presentarsi sotto la tutela del partito, della nazione, della setta o della corrente artistica, e può dire «noi» invece di «io».
 Robert Musil, “Sulla stupidità”

06/10/17

Cara mamma

Cara mamma,
oggi era il tuo compleanno. Ormai sei entrata in una dimensione in cui forse il tempo non c'è più. Ma il tempo scandisce  ancora le nostre giornate e questo giorno sapevo cosa avrei fatto. Ti avrei subito telefonato per farti gli auguri e tu mi avresti detto che da un certo punto in poi i compleanni non si festeggiano più. Non era tanto per non sentirti vecchia, perché tu dell'età non hai mai avuto paura, nè ti spaventava che il tuo viso avesse le sue rughe. Forse per questo tutti ti hanno sempre visto come una "bella signora", perché non hai mai voluto mascherare l'età che avanzava.
Il tempo si era dilatato negli ultimi anni, le giornate passavano lente e tu vivevi di ricordi, aspettavi che ti venissimo a trovare, che ti telefonassimo, che ti scaldassimo il cuore con il nostro affetto e la nostra presenza.
E più di tutti aspettavi i tuoi pronipoti, perché erano piccoli, pieni di vita e di energia. "Voi siete vecchi" ci dicevi col tuo solito sorrisino ironico.
E quando in ospedale ti hanno trasferita dal pronto soccorso al reparto, il tuo letto era pieno delle letterine e dei disegni colorati proprio di quei nipotini che ti regalavano ancora la voglia di vivere e di combattere.
Sei ancora nel cuore di tutti loro e di tutti noi. 
Non sono venuta al cimitero, non ce l'ho fatta. Sono rimasta in casa, nella casa che tu amavi tanto e ho piantato i ciclamini, che sempre ti portavo in questo momento dell'anno. Qui ti sento viva, presente, là la tua assenza mi è troppo chiara e mi fa male al cuore. Ci parliamo attraverso le piante che tu amavi tanto. Ed è questo il dialogo intenso che è sopravvissuto tra di noi.

26/09/17

La prima parola di un verso nasce solo quando...

Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita […].
Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienza. Per un solo verso si devono vedere molte città […].
Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso
 R. M. Rilke, I Quaderni di Malte Laurids Brigge